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	<title>Tre passi verso la libertà</title>
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	<description>La storia di un lungo cammino appena iniziato</description>
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		<title>Il mulo e il Barone</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 09:55:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Briciole]]></category>
		<category><![CDATA[C'era una volta]]></category>

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		<description><![CDATA[“ Mezzo di trasporto del passato da tutti ormai dimenticato usato in guerra dagli Alpini su impervidi sentieri ancor cammini Ma Fratticiola ti ricorda fiera che non c’è sentiero al mondo che non si chiami mulattiera.” ["Il mulo" di Luciano Bacoccoli di Fratticiola Selvatica, detto Barone "che il mì nonno era così il più povero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="center"><img alt="tratto da http://www.coldipastine.it/" src="http://www.coldipastine.it/mulo_1.jpg" title="Mulo da soma" class="aligncenter" width="400" height="267" /></div>
<p>“ <em>Mezzo di trasporto del passato<br />
da tutti ormai dimenticato<br />
usato in guerra dagli Alpini<br />
su impervidi sentieri ancor cammini<br />
Ma Fratticiola ti ricorda fiera<br />
che non c’è sentiero al mondo che non si chiami mulattiera.</em>”</p>
<p>["Il mulo" di Luciano Bacoccoli di Fratticiola Selvatica, detto Barone "<em>che il mì nonno era così il più povero del paese che per gratificarlo lo chiamavano Barone”</em>]</p>
<p>Serata tiepida, mi appunto questa poesia del Barone sul taccuino, avvolta dagli edifici storici di pietre di questa piazzetta di un paesino perso nel centro dell’Umbria. Il Barone agita i baffi canuti raccontando storie d’un tempo, che si diletta a raccogliere e trasformare in poesie bislacche, ma accorate. Sul muro esterno della biblioteca comunale sono affisse due targhe di marmo, omaggio degli “<em>sportivi di Ripa</em>” ai campionissimi Coppi e Bartali, che si guardano complici, lassù. Respiro aria magica e misteriosa, i profumi di storia antica e sogni moderni s’intrecciano nella penombra delle lampade giallastre. <strong>Sto assistendo alla nascita dell’Ecomuseo del Tevere</strong>, tra genti di un popolo che non conosco, ma che mi sembra tanto affine a quello a cui ho scelto di unirmi. </p>
<p>Si parla di <strong>viaggi dell’emozione</strong>, attraverso il recupero di vecchi mestieri, storie e tradizioni. Si parla di storie di briganti, lavandaie e carbonari, di <strong>beni immateriali da riscoprire e tramandare</strong>. La comunità che diventa protagonista della sua storia, che riscopre l’identità di appartenenza al suo territorio, che conquista la responsabilità di recuperare, valorizzare e tramandare.</p>
<p>Penso agli amici di <em>Storia &#038; Territorio</em>, quel manipolo di eroi, ai loro sogni che si mescolano ai miei. Penso agli immensi tesori della Valcanale, mi formicola lo stomaco, le gambe scalpitano, il pensiero vola. Non possiamo lasciar portare via al tempo che passa le storie e i simboli che, insieme, rappresentano la vera identità di questa valle al dilà dei cambi di confine. Abbiamo una responsabilità immensa, <em><strong>qui ed ora</strong></em>.</p>
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		<title>O si fa la valle, o si muore!</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 08:11:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Briciole]]></category>
		<category><![CDATA[C'era una volta]]></category>
		<category><![CDATA[Controeconomia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato sera. Le vele di pietra s’incrociano sulla mia testa mentre mi dondolo sullo schienale. Davanti a me sei ragazzi e una fanciulla raccontano con emozione sincera e vibrante la storia di questa valle, pregna e mai banale, nascosta dagli elementi ma evidente allo sguardo del ricordo. Alle mie spalle il silenzio, penso sia il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato sera. Le vele di pietra s’incrociano sulla mia testa mentre mi dondolo sullo schienale. Davanti a me sei ragazzi e una fanciulla raccontano con emozione sincera e vibrante la storia di questa valle, pregna e mai banale, nascosta dagli elementi ma evidente allo sguardo del ricordo. Alle mie spalle il silenzio, penso sia il rumore del vuoto, quando mi alzo a balbettare la mia emozione nell’essere qui scopro che è <strong>il suono dello stupore</strong> di una sala colma di gente nata qui, sempre stata qui, che è venuta a scoprire la sua terra con gli occhi e i sensi di chi qui non ci è nato, e magari neanche mai vissuto, e perciò ha la libertà di poterne cogliere la meraviglia senza dar conto a lotte di potere. </p>
<p>Sarà quell’erba del vicino. Sarà che c’è chi si appassiona al calcio e chi ai bunker. Sarà che c’è una generazione che non vuole cedere il passo alla ramazza culturale contemporanea che rende obsoleto il minuto appena passato. La voglia di imparare dell&#8217;abbastanza vecchio, lo spirito giovane che non si arrende, sufficientemente nostalgici per innamorarsi del passato, così moderni da superare le convenzioni e tracciare nuovi sentieri, al seguito del Generale Cuore.</p>
<p>Noi, i medio giovani. Noi, che quando abbiamo visto crollare il Muro sentivamo ripetere “<em>ragazzo, hai la fortuna di vedere con i tuoi occhi qualcosa che rimarrà nei libri di storia</em>”. Noi, che un giorno dopo l’altro ci siamo resi conto che <strong>in questo ventennio di congiuntura è un po’ come viverci, nel libro di storia</strong>. Noi che, travolti dall’onda anomala del consumismo culturale, costruiamo la nostra resistenza personale perchè i racconti, le tradizioni e il sapere NON rimangano DENTRO ai libri, perché le biblioteche sono vuote, ma la storia non lo è, <strong>la storia è viva, sempre, e perciò va cercata, ricercata e vissuta</strong>. </p>
<p>Disordinati intorno al bancone di legno, siamo come i canuti del paese, <strong>voglia di ricordare e raccontare</strong>, con i capelli neri che rimangono ad aiutarci a cercare l’energia di un ruscello sempre in movimento, che attraversa, plasma e modella senza stravolgere, che porta le montagne al mare e il mare alle montagne. Sarebbe stato banale dire che dobbiamo imparare dalla nostra storia, <strong>questo manipolo di eroi sceglie ogni giorno di farla, la storia</strong>. </p>
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		<title>Lo zappino magico</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 18:49:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Briciole]]></category>
		<category><![CDATA[C'era una volta]]></category>

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		<description><![CDATA[Giornata nuvolosa, piove in tutta la Carnia, ma la fortuna ci assiste e noi siamo qui, felici di poter finire il lavoro iniziato ieri. Lo Zoncolan brilla di neve nuova, l’aria è ritornata quella che preferisco e le piante sono in amore. Un centinaio di metri più in giù “Zando” chiama i santi ogni tre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="center"><img src="http://www.donneincarnia.it/pianetauomo/images/menaus-segallabaita450web.jpg" alt="http://www.donneincarnia.it/pianetauomo/images/menaus-segallabaita450web.jpg" width="450"></div>
<p><BR><br />
Giornata nuvolosa, piove in tutta la Carnia, ma la fortuna ci assiste e noi siamo qui, felici di poter finire il lavoro iniziato ieri. Lo Zoncolan brilla di neve nuova, l’aria è ritornata quella che preferisco e le piante sono in amore. Un centinaio di metri più in giù “Zando” chiama i santi ogni tre tagli per quel minimo che non regge, Igor e Pieri armeggiano con le catene, il giovane Erik si scapicolla per dare una mano a tutti mentre gli occhi verdi di Aldo scrutano curiosi il lavoro di ognuno. Mi cullo nel profumo del primo strato di terra smossa, dopo lo scempio di noccioli sono riuscita ad ottenere un rinvio per tentare di salvare un giovane tiglio dall’irruenza dei mazzi di tronchi. Vigilo sulla mia “signorina”, in cima Sergio e Christian sono pronti a tirare la fune al mio cenno. </p>
<p>In attesa del prossimo carico, Luciano mi guarda con la profonda speranza di un padre fiducioso mentre mi racconta di quando in bosco c’era una sola sega a motore e <em>il boscaiolo senza ramponi era un uomo morto</em>. Lui è della vecchia guardia, di quelli che sapevano ricamare gioie con l’accetta e che conoscevano l’arte di tagliare ogni pianta sapendo già cosa farne. Non si infastidisce come gli altri quando oso parlare di cavalli da tiro, è abbastanza esperto da conoscere la differenza tra necessario e superfluo e non è per nulla avaro di segreti. Né di sogni. </p>
<p>Mentre scendo il pendio trascinandomi dietro la fune, m’inginocchio a raccogliere una catena e mi concedo un sorriso con la complicità del sottobosco. Nessuno qui, maestro o neofita, sembra fare caso alla mia goffaggine dentro questi vestiti troppo grandi, nessuno sembra aver più pensato, dopo la prima mezz’ora di lavoro, al fatto che io sia quello che sono. Sarà per via della mia singolare passione per uno strumento antico e affascinate, generoso e impietoso, ancora <strong>fondamentale più di quanto non lo si consideri necessario</strong>: lo zappino. </p>
<p>Ascoltare, guardare, provare, pensare. E poi riprovare, cercando di scavalcare i limiti fisici, rubando ogni momento una malizia in più da ciascuno. <strong>E’ quando sei stanco che inizi a capire come fare meno fatica</strong>, è allora che i movimenti non si sprecano più. Lo zappino è per me il simbolo di un antico sapere che non voglio lasciar scivolare nell&#8217;oblìo, il ricordo del tempo in cui ogni gesto aveva un valore e l&#8217;energia vitale si esprimeva nell&#8217;impegno di aggiustare ogni cosa, senza cedere alla tentazione di gettarla via. E&#8217; la mia bacchetta magica per non perdere l&#8217;arte di un mestiere antico, in cui la stanchezza è come la saggezza, affina il pensiero in soccorso delle membra intorpidite e ci avvicina dolcemente all’umanità che ci circonda.<br />
<BR></p>
<div align="center"><img src="http://www.isabellanobili.eu/wp-content/uploads/2012/04/boscaioli.jpg" alt="Boscaioli - Paluzza 2012" width="450"></div>
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		<title>Cento giorni</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 17:41:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stagioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tappe]]></category>

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		<description><![CDATA[Undici Aprile. Da ore osservo la tenda di fili di pioggia bagnata, la caldaia ha ripreso a lavorare decisa, ma i miei piccoli piedi sono sempre gelati, come se il cuore stanco non pompasse abbastanza per scaldare fino a laggiù. Questa mia nuova primavera dondola, a tratti mi assesto, a volte traballo, annuso la terra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Undici Aprile. Da ore osservo la tenda di fili di pioggia bagnata, la caldaia ha ripreso a lavorare decisa, ma i miei piccoli piedi sono sempre gelati, come se il cuore stanco non pompasse abbastanza per scaldare fino a laggiù. Questa mia nuova primavera dondola, a tratti mi assesto, a volte traballo, annuso la terra in maniera frenetica e poi rimango immobile a puntare l’infinito come un cane che ha perso la traccia.</p>
<p>Cento giorni. Al risveglio mi accorgo che è già passato così tanto tempo, e ciò che rimane avanti a me è così poco da fare paura. Mentre preparo lo zaino per la traversata, un passero intirizzito viene a mendicare briciole sul davanzale. Penso alle gemme dei salici appena socchiuse, alle sagome dei larici ombreggiate del primo, timido verde e mi chiedo se le creature del bosco riusciranno a sopportare questo piccolo inverno nel cuore di una primavera troppo calda. Mi chiedo quanto potrò resistere a questa alternanza di ghiaccio e fuoco senza perdere la forza di respirare. Ripenso a questi primi, ultimi cento giorni, ai nuovi amici, ad ogni piccola scoperta preziosa, ripenso a come si sono trasformate le mie sensazioni giorno dopo giorno.<br />
Cento giorni, ed è già tempo di ripartire.</p>
<p>E’ un grande privilegio, quello di continuare il cammino della vita potendo scegliere di ricominciare da zero. La verità è che non si riparte mai veramente da zero, e che al contempo si riparte ogni momento, con <strong>la consapevolezza che rende ogni passo più leggero e il bagaglio che rende l’orma più profonda</strong>. Ogni giorno porta una novità, un cambiamento, una conquista, il sole e la luna si passano il testimone cento volte e poi arriva il momento della metamorfosi. L’ennesima, la prima e l’ultima. Ed ogni volta è affascinante e faticoso, in modo sempre uguale e sempre diverso. Mi sento esausta e vigorosa, spavalda e timorosa, ardita e cauta, impulsiva e riflessiva, ritrovata e perduta. Seguo un sottile filo di certezze che mi sostiene, una sopra a tutte e più di tutte, respiro piano, sollevo lo zaino pesante e mi preparo a vedere la prossima alba.</p>
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		<title>L&#8217;incanto del non saper fare</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 10:07:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isa</dc:creator>
				<category><![CDATA[C'era una volta]]></category>
		<category><![CDATA[Natura & Coltura]]></category>
		<category><![CDATA[Stagioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ventuno di Marzo. Dicono sia il primo giorno di Primavera, anche se da queste parti sembra avesse fretta di arrivare. Dal caldo che fa, gli anziani dicono che &#8220;c&#8217;è un tempo da terremoto&#8220;. Devis scoppia in una risata, quell&#8217;unico, devastante evento di tanti anni fa arrivò in un Maggio stranamente caldissimo, e da allora ogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img alt="http://us.123rf.com/400wm/400/400/kolazig/kolazig1005/kolazig100500010/7016215-scavare-la-terra-con-una-vanga-prima-di-piantare.jpg" src="http://us.123rf.com/400wm/400/400/kolazig/kolazig1005/kolazig100500010/7016215-scavare-la-terra-con-una-vanga-prima-di-piantare.jpg" title="lavori agricoli" class="aligncenter" width="450"/>
</div>
<p><BR><strong>Ventuno di Marzo</strong>. Dicono sia il primo giorno di Primavera, anche se da queste parti sembra avesse fretta di arrivare. Dal caldo che fa, gli anziani dicono che &#8220;<em>c&#8217;è un tempo da terremoto</em>&#8220;. Devis scoppia in una risata, quell&#8217;unico, devastante evento di tanti anni fa arrivò in un Maggio stranamente caldissimo, e da allora ogni volta che l&#8217;aria si scalda troppo si dice che la terra si scuoterà, sotto e sopra.</p>
<p>Ieri sera mi sono confrontata con i miei antenati nel tentativo infelice di accendere un fuoco che non ne voleva sapere, gli occhi grondavano lacrime fumose, mi sono rintanata avvilita nel sacco a pelo odorando di carpino bruciacchiato.</p>
<p>Ho celebrato il 21 Marzo nella morbida terra di Carnia, arando e seminando in compagnia di un giovane amico contadino che da qualche settimana si è trovato catapultato in un mondo di pazzi…&#8221;<em>come un orso da circo</em>&#8220;, sussurriamo ridacchiando mentre scrolliamo le zolle di trifoglio. </p>
<p>Chiedo scusa ai lombrichi ancora sonnecchianti, forzatamente riportati in attività dal rimestare dei forconi. Misuro in maniera catartica lo spazio tra i piselli, pregando che questa mia <strong>prima semina dell’anno</strong> non si faccia spazzare via da un nubifragio come il campo di patate della scorsa stagione. </p>
<p>Infilo le piccole cipolle a testa in su nella terra umida e soffice, ricoperta da un sottile strato già tostato dal sole giulivo. <strong>Sopra e sotto</strong>, tutto ha il suo <em>giusto verso</em> in campagna, non è come nelle scombussolate vite degli umani, in cui alle volte si deve sputare per capire da che parte stia il cielo.  </p>
<p>In questo mondo in cui ci è imposto di essere supereroi abilissimi, bellissimi, sanissimi, onniscienti e perfetti, <strong>mi perdo nell’incanto del mio non saper fare</strong>. Ritorno fanciulla, osservo curiosa le movenze eleganti di chi ha piegato la schiena per molte stagioni e goffamente m’impegno per specchiarmi in quell’immagine. E’ così straordinariamente consolante poter ammettere di essere ignoranti, imperfetti e poco abili, potersi affidare al sapere altrui e farsi guidare per mano alla conquista di un nuovo orizzonte.</p>
<p>Affondare mani e piedi nella terra aiuta a rimettere in ordine i pensieri, seda i turbamenti, consola i sensi. <em>Stare con i piedi per terra</em>, è così che si dice. </p>
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		<title>Riflessioni frattali</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 22:36:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crescita]]></category>
		<category><![CDATA[Tappe]]></category>

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		<description><![CDATA[Notte d’attesa. La duecentonovesima. Riflessioni frattali, ciò che rimane del vizio si accumula in una vecchia conchiglia. Non desisto dal tessere la mia tela d’impercettibili cedimenti, smagliature su un velo di seta azzurro cielo attende di divenire aquilone e ricongiungersi col Tutto. L’istinto sa, la ragione contesta, la lotta è un viluppo sfibrante. Ma l&#8217;Uomo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Notte d’attesa. La duecentonovesima.</p>
<p>Riflessioni frattali,<br />
ciò che rimane del vizio si accumula in una vecchia conchiglia.</p>
<p>Non desisto dal tessere la mia tela d’impercettibili cedimenti,<br />
smagliature su un velo di seta azzurro cielo<br />
attende<br />
di divenire aquilone<br />
e ricongiungersi col Tutto. </p>
<p>L’istinto sa,<br />
la ragione contesta,<br />
la lotta è un viluppo sfibrante.</p>
<p>Ma l&#8217;Uomo che perde la Fede perde tutto.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La casa-foresta</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 16:12:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Briciole]]></category>

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		<description><![CDATA[Finalmente mi specchio nel cielo bagnato, San Giuseppe battezza la terra di marzo con una pioggerella delicata e indecisa come una ragazzina che si rigira una ciocca mentre, impercettibilmente, diventa donna. Una mano morbida affonda nel mio cuore inquieto mentre leggo la dedica di Mauro Corona all’amico Samuele “L’umanità non dovrebbe mai allontanarsi dal bosco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="center">
<img alt="" src="http://www3.corpoforestale.it/flex/images/4/0/1/D.51b07ba082b282984192/Bosco_di_abete_bianco___fINT_OK.bmp" title="abetina montana" class="aligncenter" width="450"/>
</div>
<p>Finalmente mi specchio nel cielo bagnato, San Giuseppe battezza la terra di marzo con una pioggerella delicata e indecisa come una ragazzina che si rigira una ciocca mentre, impercettibilmente, diventa donna.</p>
<p>Una mano morbida affonda nel mio cuore inquieto mentre leggo la dedica di Mauro Corona all’amico Samuele “<em><strong>L’umanità non dovrebbe mai allontanarsi dal bosco perché s’allontana da sé stessa.</strong></em>” </p>
<p>Ogni giorno, da quando ho iniziato questo mio cammino verso le montagne, <strong>qualcuno mi ha chiesto “<em>perché</em>”</strong>. Molti mesi fa una visione mi raggiunse durante una meditazione nella casa dove la strada finisce. Sostavo davanti ad un basso steccato bianco, senza cancello. Oltre lo steccato una distesa d’erba e, ancora oltre, un bosco di abeti. Guardavo il verde intenso di quella parete di fitte chiome ordinate, percepivo la rugiada del pavimento di prato che, senza curarsi del limite imposto dallo steccato, arrivava fin sotto a me. Mentre il pensiero già si aggirava nell’ombra profumata di aghi invecchiati accompagnato dall’emozione di esplorare la <em>selva oscura</em>, i miei piedi tentennavano, dondolavo su me stessa misurando incessantemente lo spazio tra me e la confortante palizzata di legno dipinto senza varchi che separava l’abitudine dall’ignoto. Sentivo la mia anima atavica vibrare come le corde di un’arpa gentile, il primo passo scalpitava immobile dentro di me mentre annusavo la libertà.</p>
<p>E’ stato un attimo, un balzo e via, di corsa sul prato fiorito fino al ciglio del bosco. Il caldo sole mi ha abbracciata quando mi sono presentata al cospetto della Montagna, che mi ha accolta come una madre amorevole ma severa, Lei non ammette menzogne.</p>
<p>E’ così che il mio viaggio è cominciato. Certe volte fatico ancora a spiegare “<em>perché</em>” senza che mi scappi un sorriso, è una domanda che stento a comprendere. E’ un  po’ come spiegare l’Amore, ogni parola è banale, inadeguata, superflua. L’anima degli Uomini parla un linguaggio universale che non dovrebbe avere bisogno di traduzioni.</p>
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		<title>La primavera dell&#8217;orso</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Mar 2012 21:47:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Briciole]]></category>
		<category><![CDATA[Natura & Coltura]]></category>
		<category><![CDATA[Stagioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Quindici Marzo. I coni dei pecci iniziano già a schiudersi dopo un breve inverno troppo avaro di neve. I piccoli semi, ciascuno con la sua ala perfetta, lasciano la pianta madre e si confondono tra le farfalle. Un piccolo abete bianco, arroccato sopra ad un masso sicuro, non si arrende al morso del cervo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quindici Marzo. </p>
<p>I coni dei pecci iniziano già a schiudersi dopo un breve inverno troppo avaro di neve. I piccoli semi, ciascuno con la sua ala perfetta, lasciano la pianta madre e si confondono tra le farfalle. Un piccolo abete bianco, arroccato sopra ad un masso sicuro, non si arrende al morso del cervo e continua la sua conquista dello spazio superiore come può. Anche lui, come <a href="http://bonificiesogni.wordpress.com/" title="Il blog di Patty" target="_blank">Patty</a>, ha il suo &#8220;piano B&#8221;, alza un rametto dell&#8217;anno scorso e punta dritto verso il cielo, indomito.</p>
<p>Da giorni vagabondo su questa montagna in attesa di un incontro speciale. Aspetto l&#8217;Orso, anche se so che se davvero volessi trovarlo dovrei andare nella valle opposta. In realtà mi sto solo preparando, per ora. Ascolto le foglie, annuso il vento, rimiro il silenzio. Mi alleno a risalire pendìì troppo ripidi, mi arrampico carponi come un piccolo animale, mi aggrappo ai faggi per una sosta, poi vado avanti.</p>
<p>Il tappeto di anemoni sembra il velo di una giovane sposa felice, i muschi rinverdiscono, i licheni si sgretolano.<br />
E&#8217; Primavera.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Iunio, Valerio e quella volta che….</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 16:20:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Briciole]]></category>

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		<description><![CDATA[- PPPPSSSSSSSSTT! Iunio, sei sveglio? - Stavo ascoltando i fringuelli. - Senti Iunio, ma tu hai capito come mai ci hanno fatti tornare in servizio? Insomma, abbiamo trascorso non so quante stagioni nel seminterrato tra quelle scioline appiccicose e un ammasso di bulloni prepotenti…giusto un giretto ogni tanto, per inzupparci di neve e fango…poi, tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.isabellanobili.eu/wp-content/uploads/2012/03/scarponi.jpg" width="450" align="center" alt="Iunio e Valerio"/><br />
<BR></p>
<p>- PPPPSSSSSSSSTT! Iunio, sei sveglio?</p>
<p>- Stavo ascoltando i fringuelli.</p>
<p>- Senti Iunio, ma tu hai capito come mai ci hanno fatti tornare in servizio? Insomma, abbiamo trascorso non so quante stagioni nel seminterrato tra quelle scioline appiccicose e un ammasso di bulloni prepotenti…giusto un giretto ogni tanto, per inzupparci di neve e fango…poi, tutto d’un tratto, un trambusto infernale, e ora siamo qui, di nuovo al lavoro, come quando eravamo giovani… tu ci hai capito qualcosa?</p>
<p>- Beh, non è che sono tonto, me ne sono accorto che siamo tornati alla ribalta, ed ora abbiamo addirittura un posto in prima fila…proprio l’altro giorno ho scambiato due chiacchiere con i nostri cugini, quelli più piccoli che da quando siamo arrivati qui ci abitano accanto…in effetti anche loro sono perplessi. Però Valerio, tutto sommato non vedo la necessità di porsi il problema, io mi sento bene, finalmente sono ritornato a fare quello per cui sono nato, e me la godo proprio. Tu come ti senti?</p>
<p>- Che domande Iunio, sono rinato! Stavo ripensando a quella volta che a momenti facevamo un tuffo dritto dritto nell’Oceano, ti ricordi?</p>
<p>- Se mi ricordo?! Con quello spavento che abbiamo preso! All’inizio sembrava una barzelletta: ci sono un tedesco, uno svizzero e un’italiana…TRE DEFICIENTI!!! Eppure Aaron glielo aveva pur detto di fare attenzione all’alta marea…certo, quando ci siamo ritrovati incastrati sulla scogliera non è stato molto divertente, mica siamo scarpette da climbing, l’aderenza in punta non è richiesta! Ti ricordi Valerio, c’è stato quell’attimo eterno, ho visto tutte le nostre camminate passarmi davanti…</p>
<p>- Ehm…si. In effetti quella è stata la volta che ho scoperto di soffrire di vertigini…non sapevo che fare, quando ho guardato in basso mi ha preso il panico…dieci metri più sotto le onde dell’Atlantico incalzavano gli scogli e noi lì, impietriti, su una parete a picco…per fortuna che Rolf non si è perso d’animo ed è riuscito a farci superare quel passaggio, Isa si era incrodata e iniziava a scivolare…</p>
<p>- Dì, e la faccia di Puket l’anno dopo, te la ricordi?</p>
<p>- Ah ah ah! Che risate! Eravamo due zolle di fango dopo un mese di giungla! E quella stordita – che poveretta, era stordita davvero dal Lariam – ha letto che si potevano lasciare le scarpe fuori dalla porta per farsele pulire…ma non gli scarponi, che diamine! Povero Puket, ha lavorato mezza giornata per toglierci le croste, e si è perfino scusato perché non eravamo perfetti…che spasso!!</p>
<p>- Io però non mi sono mica tanto divertito quando abbiamo avuto l’incidente con il formicaio traditore…</p>
<p>- Era notte, Iunio, cosa vuoi pretendere?! I ragazzi erano sbronzi di birra slovena, sono cose che capitano…e pensa che a noi non è andata poi così male, ti ricordi in che condizioni erano le gambe di Isa?! Non ha dormito per due notti!!</p>
<p>- Senti Valerio, a proposito di sbronze…lo sai che l’anno prossimo diventeremo maggiorenni? Pensavo di dare una festa e di invitare un paio di ballerine…EH?!</p>
<p>- Si Iunio, stai proprio invecchiando, TU. Non ci sono mai state ballerine nei dintorni, ti pare che Isa se le va a comprare proprio adesso che ci siamo trasferiti in montagna?!</p>
<p>- Beh, sono cambiate così tante cose…tre mesi fa morivamo di noia dentro a una borsa di plastica, senza speranza…ora dormiamo al caldo, sul nostro comodo ripiano, in compagnia di scarpe sportive come noi…gironzoliamo per i boschi come un tempo, corriamo dietro alle capre e tra poco tempo affonderemo di nuovo nella terra da coltivare…non porre limiti alla Provvidenza, con tutto quello che sta succedendo non è detto che non arrivi anche un paio di ballerine per il nostro compleanno! </p>
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		<title>Le tre zattere</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 16:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controeconomia]]></category>

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		<description><![CDATA[Fin dalle origini, l’uomo fu animato dalla necessità di esplorare i territori a sua disposizione, industriandosi per raggiungere quelli meno disponibili, ingegnandosi a trovar vie e mezzi sempre più efficienti per rendere il mondo conosciuto sempre più relativamente piccolo e percorribile. Affinando lo sguardo si può notare come, in ogni epoca, lo spirito del viaggiatore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fin dalle origini, l’uomo fu animato dalla necessità di esplorare i territori a sua disposizione, industriandosi per raggiungere quelli meno disponibili, ingegnandosi a trovar vie e mezzi sempre più efficienti per rendere il mondo conosciuto sempre più relativamente piccolo e percorribile. </p>
<p>Affinando lo sguardo si può notare come, in ogni epoca, lo spirito del viaggiatore si sia reincarnato in una nuova forma al variare dei bisogni che lo inducevano a partire, ed ora è tempo per una nuova reincarnazione. Furono sempre, e sono tuttora, i <strong>bisogni primari</strong> ad alimentare la necessità di esplorazioni e spostamenti, sebbene la natura di tali bisogni sia notevolmente mutata nel corso dei millenni di storia.</p>
<p>Fino a quando l’uomo non divenne stanziale, la definizione di “<em>bisogno primario</em>” che sottendeva alla sopravvivenza si basò sulla distribuzione territoriale delle fonti alimentari. E così i primi esploratori furono il <strong>cacciatore primitivo</strong>, che si spingeva in aree sempre più lontane alla ricerca di prede, e le <strong>tribù nomadi e seminomadi</strong>, che migravano ciclicamente rincorrendo il verdeggiare della terra che segue le stagioni.</p>
<p>Il primo mutamento sensibile avvenne con la formazione delle prime comunità stanziali, fase che determinò una minore incertezza nell’accesso al cibo e che quindi sancì il primo livello nella scala del benessere materiale, che a quel tempo era ancora un elemento imprescindibile di sopravvivenza spiccia. I bisogni primari divennero quindi la difesa della terra e l’approvvigionamento di beni diversi da quelli che si potevano ottenere da un territorio ristretto e definito, e così i nuovi protagonisti della storia di esplorazioni e viaggi divennero <strong>predoni e carovanieri</strong>. </p>
<p>Quando l’incapacità di buon governo e l’ingordigia iniziarono a sobillare il pensiero che la propria terra non poteva più bastare, cominciò a germinare il seme nefasto del primo capitalismo. I bisogni secondari indotti dai vertici della struttura sociale iniziarono a scalzare i bisogni primari originari, la bramosia di conquista dei potenti si insinuò come un sordido cancro sociale, alimentando la necessità di accumulo di beni nel popolo. Fu l’epoca di <strong>guerrieri ed esploratori professionisti</strong>, i nuovi protagonisti del nostro viaggio.  </p>
<p>Mano a mano che aumentavano i livelli di ben essere e di cattivo avere, i bisogni primari cambiarono nuovamente. La nuova protagonista del viaggio divenne <strong>l’anima istintiva</strong> dell’uomo, che iniziò a vagare inquieta alla ricerca di una chiave di lettura di quello scempio dilagante, cercando nella cultura e nelle religioni la salvezza per rimediare allo strazio che l’uomo stava facendo di sé stesso e della sua esistenza. L’anima viaggiatrice si reincarnò in forme diverse per origine sociale, e venne il tempo dei <strong>filosofi, degli artisti e dei pellegrini</strong>. </p>
<p>Fu così che l’uomo si allontanò dalla terra, a bordo di <strong>tre zattere</strong> salvifiche, una per la mente, una per il corpo e una per l’anima. <strong>Elucubrazione, creazione artistica e pellegrinaggio</strong> furono le tre forme immortali di viaggio interiore che l’uomo seppe identificare per concedersi una speranza di salvezza agli albori della società pre-capitalista.</p>
<p>Oggi, al tramonto del prolisso ed estenuante medioevo capitalistico, dobbiamo avere il coraggio di <strong>percorrere il viaggio in senso inverso</strong>. Oggi dobbiamo tornare al mare che ci separa dalle nostre origini, recuperare la nostra innata maestria di carpentieri per rimettere in acqua le tre zattere. Oggi dobbiamo avere l’ardire e la forza di recuperare il vigore delle nostre membra intorpidite per remare determinati contro la corrente che ci trascina alla deriva. Se sapremo fare questo, allora <strong>saremo degni di ritornare alla nostra vita</strong>, alla nostra terra, ai nostri bisogni primari.  </p>
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